REZZA E MASTRELLA: INTERVISTE E RECENSIONI
INTERVISTA AD ANTONIO REZZA E FLAVIA MASTRELLA
Per comprendere meglio l’operare artistico di Antonio Rezza e Flavia Mastrella si è pensato di integrare all’intervista video con gli autori, estratti di un colloquio avvenuto nel giugno dello scorso anno e facente parte integrante di una tesi di laurea sui due. Oltre all’approfondimento di alcuni aspetti del loro “fare”, si ritroveranno le idee, lo spirito e l’arguzia che li contraddistingue.
Siete degli artisti poliedrici, avete esplorato con le vostre creazioni tutti i mezzi di espressione: teatro, cinema, video, scultura, scrittura.… cos'è che vi spinge a toccare le più svariate forme di rappresentazione?
Antonio Rezza: La necessità di non diventare tristi, aggrappati all'unica cosa che si sa fare, costretti a difenderla da usi ed abusi. Noi non difendiamo quello che facciamo, si difende da sé è forte ed ha due buoni genitori. Noi non difendiamo quello che facciamo: ne facciamo un altro. Flavia Mastrella: Il desiderio di comunicare attraverso l'immagine densa di concetti, in me si è manifestato in giovane età, ora è diventato un'esigenza fisiologica. Ogni disciplina - video, scultura, film, teatro, scrittura, fotografia, ecc. - rimuove parti diverse del mio corpo e quindi della mia fantasia. La curiosità mi spinge a creare e a scoprire fin dove può arrivare la mia capacità rappresentativa….e quando riesco provo un piacere che definisco "orgasmo creativo".
Analizzando tutte le vostre opere, si delinea un percorso specifico: partendo dall'agglomerazione forzata dei corpi (La divina provvidenza, Seppellitemi ai fornetti) e attraverso una comicità che si fa sempre più aggressiva (Pitecus), si arriva alla devastazione operata dalle convenzioni (Escoriandoli) che sfocia nell’annullamento del corpo con l'automutilazione. Da qui, si passa all'individualismo estremo (Io), la percezione del corpo riaffiora prepotentemente fino all'esasperazione dell'io che diventa super io... cosa sta accadendo ora?
A.R. Le politiche "consolatorie" degli inizi, le "speranze" mai credute eppure giovanili, lasciano il posto ad una ferocia formale che stupisce anche noi: questo è quello che sta accadendo ora.
F.M. Il tema dell'agglomerazione è tornato prepotentemente con i Troppolitani, definiti "interviste a corpo libero"; dopo aver liberato il super io, si è liberata anche la mente, abbiamo realizzato (in video) Delitto sul Po, poliziesco senza una storia scritta. È diviso in microstorie da trenta secondi intervallate da cinque secondi di nero, che già dall'inizio della lavorazione erano l'unica certezza, il momento di vuoto, la sospensione. Ne faremo un anti-film in pellicola. In questo momento siamo impegnati con Samp. (opera video) girato in Puglia, ispirato ai concetti della taranta, il metodo di lavoro è una fusione tra l'incedere casuale di Delitto sul Po e le scoperte comunicative di Troppolitani; intanto stiamo lavorando al nuovo spettacolo teatrale.
La ricerca sullo spazio è uno degli aspetti fondamentali del vostro lavoro. Nel teatro con Io lo spazio si amplifica; nei corti è sempre stata fondamentale l'interazione dei personaggi con l'ambiente circostante (osservando i vostri corti o Escoriandoli, la prima cosa che colpisce non è il personaggio, la sua personalità, bensì il suo interagire con lo spazio). Perché è così importante per voi questo tipo di ricerca, che sembra scavalcare qualsiasi altro interesse specifico?
A.R. Siamo meno importanti degli oggetti, noi moriamo, gli oggetti persistono e resistono. L'uomo è nulla di fronte allo spazio, trova lo spazio e non lo inventa. Non c'è tematica interiore che possa contrastare una casa popolare.
F.M. Lo spazio sopravvive all'essere come le convenzioni. L'uomo è solo passeggero ma i suoi difetti in seno alle sue convenzioni sono universali. Per il teatro lo spazio è organizzato, influenza la nascita dello spettacolo, è utile alla drammaturgia, ha una sua praticità. Lo spazio filmico rende una rappresentazione astratta e definita. Lo spazio teatrale è realtà anche astratta ma continuamente in divenire.
I parallelismi che vengono fatti tra il vostro operare artistico con certe avanguardie, o con autori che precedentemente hanno tentato di rivoluzionare il modo di fare arte, vi infastidiscono; da cosa prende corpo questa posizione così radicale?
A.R. L'avanguardia non esiste, siamo figli di questo anno. Esiste invece la retroguardia di chi ti mette all'avanguardia per sentirsi meno inefficiente.
F.M. Ognuno è libero di vedere nel nostro procedere quello che vuole. Sinceramente però nessuno si è accorto della radice contemporanea e interattiva della nostra espressione, si fermano in superficie. (Solo quest’anno qualcuno ha definito Escoriandoli un film concettuale, mentre io lo trovo minimale).
La censura si abbatte sempre prepotentemente sulle vostre opere ma sembra che questa alimenti la vostra carica creativa...
A.R. Su di noi si abbatte la censura del silenzio, il non far sapere che esisti in quel momento. Per televisione andiamo in onda come pornografi, tra l'una e le tre del mattino. Quella del silenzio è l'unica forma di censura in cui credo. L'altra non esiste, non è censura quella delle prime pagine, non c'è censura dove c'è popolarità implicita. F.M. Gli ostacoli diventano fonte di ispirazione, spesso li rappresentiamo.
Il vostro metodo di lavoro, l'uso di una regia separata ma che viaggia su binari paralleli, la nascita indipendente dei quadri di scena rispetto alla drammaturgia e viceversa è un aspetto del vostro fare che ancora non viene riconosciuto... perché secondo voi? A.R. Non è che non venga riconosciuto, non viene ritenuto verosimile, sembra impossibile che tra noi due non esista l'artigiano, colui che "fa" mosso da altrui, colui che esegue sotto spinte e direttive. Qui non ci si spinge, ci si raddoppia. F.M. Viviamo in una civiltà monoteista, gerarchica e anche velatamente maschilista.
Che rapporto ha Antonio Rezza col pubblico teatrale?
A.R. Amo il pubblico come espressione di una piccola massa di popolo. Sono un guerriero e me lo sono guadagnato. Credo ancora nell'ammutinamento della massa, quella forma che delimita la pianta del teatro e che diventa informe quando uno spettatore abbandona la sala.
Che rapporto ha Flavia Mastrella col pubblico in quanto non è fisicamente sulla scena, ma c'è con le sue opere, che poi alla fine sono la parte fondamentale dello spettacolo in quanto dettano le forme?
F.M. Il colore, la forma dei personaggi suscitano in ogni spettatore reazioni interpretative diverse. Per me è emozionante, i fruitori delle mie forme possono modificarle nel loro immaginario.
Il passaggio dal teatro al cinema avviene attraverso la negazione della centralità dell'attore, del costume e del quadro che c'è nel teatro…
F.M. Non è solo questo, il teatro è comunicazione diretta. L’immagine video e filmica permette la valorizzazione dell’insignificante che diventa simbolo. È un gioco diverso.
La produzione è un problema. I vostri corti sono tutti autoprodotti... per un prodotto che ha bisogno di un budget maggiore occorre però una produzione. Come venite trattati nell’ambiente visto che le vostre opere non sono pilotabili e voi tenete a mantenere sempre integra la vostra libertà di espressione sia a livello visivo che di pensiero... Accettate compromessi? A.R. Diciamo sempre sì, e poi facciamo come ci pare. E agli altri piace, e nemmeno se ne accorgono. Il vero compromesso è svegliarsi al mattino e far finta che sia giusto.
F.M. Abbiamo sempre incontrato gente che ci ha compreso artisticamente. Magari ci hanno torturato, però mai c'è stata censurata l'opera.
«E qui mi trovo in sintonia, una bella strafazione per gridare ai quattro venti che io strafaccio con la sola forza della disperazione: strafaccio con il pensiero fisso a quando non potrò più strafare. Strafaccio ora, strafaccio oggi ma, probabilmente, non strafaccio abbastanza». Questo è l'inizio, ovvero la “Strafazione” del romanzo Non cogito ergo digito di Antonio Rezza. Anche se è stata scritta da Rezza, rispecchia in pieno lo spirito di entrambi; strafare per esorcizzare la paura della morte, e non solo quella fisica… Parlando con voi più volte mi è sembrato di capire come da parte vostra ci sia una sorta di abbandono/rifiuto per le opere passate. Perché?
A.R. L'emozione di una cosa nuova è un privilegio che spetterebbe di diritto al genere umano. Ne gode, invece, solo una minoranza e noi tra questa. "Il passato è il mio bastone non manco di nulla". Il vero virtuoso è colui che teme solo il confronto con se stesso. Il passato in quanto prestigioso, genera fastidio ed autocompetizione. Oltre ad una fastidiosa nostalgia nella quale non mi riconosco e di cui mi vergogno.
F.M. Le retrospettive sono per me una sofferenza. Ho rivisto immagini e parole che avevo dimenticato. Mi sono sentita scoperta.
La vostra proiezione verso il futuro prossimo senza mai guardarvi alle spalle da cosa è dettata? A.R. Non abbiamo spalle e nessuno ce le guarda. F.M. Dalla gioia di dare forma a quello che non c'era prima. Chi sono Antonio Rezza e Flavia Mastrella e dove vogliono arrivare? A.R. Nonostante immensi sforzi non saprei proprio cosa rispondere. F.M. Penso di essere partita, l'arrivo è per tutti.
--------ALTRO Mi piace far star male il pubblico, farlo ridere, ma non compiacerlo. E la fantasia è l'arma di cui mi servo.
Antonio Rezza
Antonio Rezza sperimenta e elabora un linguaggio cinematografico che è un precipitato di surreale anarchia, spietata visionarietà, fulminante poesia.
Silvia Ballestra, Cuore
Il viso alienato di Antonio Rezza e la sua comicità sublunare, la sua mimica schizoide fanno bene agli occhi e all'anima. Quella di Rezza è una vibrazione elettrica che attraversa i generi comici e li polverizza dentro una maschera che riesce a fondere la parodia, la gag, la provocazione, la reiterazione che sfocia nell'assurdo, l'idiozia metafisica. Un viso magrissimo, immateriale e dantesco che moltiplica le espressioni. E poi la voce: una voce alterata in una lingua che mescola mozziconi di dialetto marchigiano, umbro e del basso Lazio: querula, invadente, depressa e colpevolizzante.
Marco Lodoli e Paolo Repetti, L'Unità
Antonio Rezza è uno dei più apprezzati e creativi videomakers italiani, autore di corto e mediometraggi premiati nei più importanti festival specializzati. Non semplici 'pezzi ' di teatro filmato ma opere assolutamente autonome che coniugano povertà di mezzi, provocazione tematica e ricerca stilistica. Il mondo dei video di Antonio Rezza è fatto di storie surreali e metaforiche, di personaggi lunari e corrosivi osservati da punti di vista insoliti e mai banali.
Massimo Marino, Mattina
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